Gianpietro Benedetti, l’intervista di Quale Impresa

Il disorientamento è uno dei sentimenti più diffusi in questo momento. E coinvolge tutti. Mancano punti di riferimento pesanti, pensanti e consolidati. Investiti da flussi incoerenti l’unica cosa che capiamo è quanto poco abbiamo saputo lavorare sulla programmazione, sul progetto e sull’idea. Rivolgersi a chi ha tenuto saldo il timone in ogni caso, portando la barca in porti sicuri senza però uscire in acque extraterritoriali, è allora d’obbligo per scrivere il nostro portolano. A oltre quaranta giorni dalle elezioni la politica ancora non dà risposte a un Paese fortemente in crisi e incapace di reagire. Ci mancano visioni, progetti. Indicazioni che ci aiutino a ritrovare la strada. Oggi più che mai dobbiamo alzare lo sguardo per guardare lontano, oltre la crisi. Fare come Gianpietro Benedetti, Presidente e Amministratore Delegato del gruppo Danieli leader mondiale e fornitore dei grandi gruppi produttori di acciaio a livello mondiale, che dal suo osservatorio privilegiato riesce a percepire da quale parte soffia il vento che spazzerà via le nuvole della tempesta.

Presidente, l’Italia non si salva senza l’impresa. Ne siamo convinti e in questo numero di Quale Impresa lo confermiamo in modo categorico.

Gianpietro Benedetti: “L’impresa, l’iniziativa privata, il manifatturiero sono fondamentali per produrre ricchezza e benessere sociale. Su questo non c’è dubbio”.

Appunto, e il manifatturiero deve avere un ruolo centrale. In Italia invece?

Gianpietro Benedetti: “Da almeno dieci anni sta perdendo competitività e produttività. Senza parlare dei lacci che avvinghiano l’impresa…Da un lato lo Stato non crea le precondizioni, la liberalità per fare impresa. Dall’altro è altrettanto vero che l’ambiente, in generale, non è “friendly” verso l’industria. Quando ci si accorgerà che occupazione, innovazione e progresso sociale dipendono anche dalla forza delle imprese, probabilmente sarà difficile recuperare. Le ragioni sono note: burocrazia, eccessiva tassazione causata dal costo della pubblica amministrazione, della politica (circa 1 milione di addetti, tra diretti ed indiretti) che fa poco per definire le precondizioni per un sano sviluppo con un minimo di programmazione a cominciare dalla scuola, dalla ricerca e impiego attivo delle risorse, in particolare in alcune regioni”.

Da dove potremmo cominciare per prima cosa?

Gianpietro Benedetti: “Applicazione di nuove tecnologie e innovazione di prodotto e di processo: ecco la necessità per
sostenere lo sviluppo di qualsiasi attività, micro, piccola o media che sia”
.

Si, ma le infrastrutture?

Gianpietro Benedetti: “Così come per l’energia, anche per le infrastrutture non c’è programmazione. Invece occorrono meno porti ma più efficienti ed attrezzati, collegati con una ferrovia affidabile e competitiva. In buona sostanza meno trasporti su gomma e costi minori”.

Veniamo alla scuola: c’è il boom delle scuole tecniche…

Gianpietro Benedetti: “Va bene vista la carenza di tecnici ed ingegneri che c’è. Ma c’è anche un altro discorso”.

Quale?

Gianpietro Benedetti: “Occorre supportare la scuola nella sua evoluzione verso la qualità per soddisfare le esigenze del futuro. E rivalutare i docenti in base al merito”.

E il legame fra scuola e impresa?

Gianpietro Benedetti: “È fondamentale. Certo oggi si fa più di ieri, ma lentamente. Ci sono esempi, come la Germania, che danno spunti interessanti. Le aziende devono capire che contribuire alla formazione significa fare sistema a vantaggio di tutti. E devono migliorare la collaborazione attiva con le scuole”.

La politica non dà risposte. Come uscirne?

Gianpietro Benedetti: “Occorre evolvere dal modello degli ultimi 60/70 anni, liberalizzandolo. Meno strutture e migliori regole e precondizioni per fare. Lo sviluppo degli ultimi 30/40 anni è stato supportato dall’aumento del debito: il sistema è diventato inefficace, inefficiente e clientelare e spende più di quanto guadagna! Per evitare il peggio, fino a oggi si sono aumentate le tasse, incidendo quasi nulla su un sistema che continua a spendere come prima, togliendo risorse alla gente e riducendo la competitività del sistema paese. Le nostre aziende pagano almeno il 20% di tasse in più rispetto ai loro competitor, soffrono di maggiore burocrazia, lo spread porta in alto gli interessi. La politica e il sistema amministrativo devono prendere atto che dobbiamo cambiare, e velocemente, o il sistema imploderà con le conseguenze che abbiamo visto in altri Paesi. Ma spero prevalgano buon senso e senso di responsabilità”.

E della strage imprenditoriale cosa diciamo?

Gianpietro Benedetti: “Chi non ha innovato e internazionalizzato, ha e avrà problemi. Chi lo ha fatto, invece, ha avuto l’opportunità di crescere. Ma, come già detto, la politica deve cambiare, l’amministrazione deve riqualificare la spesa pubblica. E, da subito, occorre dedicare le risorse risparmiate per migliorare la qualità della scuola e della ricerca e al rilancio dell’economia. Nei prossimi 8/12 mesi ci sarà un’ulteriore selezione di aziende ma, credo, a seguire ci sarà una normalizzazione del mercato”.

Delocalizzare può essere una soluzione?

Gianpietro Benedetti: “È un rimedio provvisorio. Internazionalizzare è un’altra cosa: significa muoversi dove i mercati sono in crescita, con prodotti innovati e competitivi, anche usufruendo dei minori costi locali. Associandosi, lo possono fare anche le piccole aziende”.

Dall’Italia sembra che il mondo intero sia ammantato dalla negatività…

Gianpietro Benedetti: “L’energia e la capacità di rischio sono inversamente proporzionali all’età. E la nostra età media è piuttosto alta. Poi noi ne risentiamo di più in quanto l’Italia è più individualista, carente nel management, e tende alla piccola impresa o all’impresa familiare. Ma, anche se rallentata, l’economia mondiale è pur sempre in crescita”.

Paesi in espansione ce ne sono: quali elementi ne caratterizzano velocità e modalità di crescita?

Gianpietro Benedetti: “Per prima la programmazione governativa che, oltre ai programmi, crea le precondizioni per l’attività imprenditoriale. Poi una forte natalità, lo spostamento dalle campagne verso l’industria e, di conseguenza, la città, proprio come in Italia negli anni ’60. Noi però, nel frattempo abbiamo perso le grandi attività di base: chimica, energia, elettronica, e anche automobili, non abbiamo innovato ed organizzato l’evoluzione necessaria alla competitività del sistema. Non abbiamo sostenuto e rilanciato nemmeno il turismo, nonostante il capitale artistico e le prerogative naturali del paese. Ci hanno sorpassato in tanti.
Pare che la media e grande impresa di proprietà italiana abbiano fatto il loro tempo. Però la politica continua a discuterne come se le aziende rilevanti nazionali o internazionali fossero ancora molte”
.

La leggeranno tanti giovani imprenditori. Ha un messaggio per loro?

Gianpietro Benedetti: “Quando un giovane è in gamba ha grandi possibilità. Cosa posso consigliargli? Di impegnarsi, credere in quello che fa, responsabilizzandosi, anche rischiando. Anche soffrire, pur di farcela. E il miglior investimento per un futuro di soddisfazione e orgoglio per quello che si fa, grande o piccolo, importante o meno che sia: la soddisfazione di lavorare bene e impegnati”.

 

FONTE: Quale impresa

 

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