Con quasi il 10% degli attacchi informatici globali diretti contro l’Italia, la sola difesa non è più sufficiente per proteggere aziende e istituzioni. La strategia perseguita da Stefania Ranzato, alla guida di DEAS, valorizza la componente offensiva come strumento di comprensione anticipata delle minacce avanzate.
“Per oltre un decennio la cybersicurezza è stata raccontata come una disciplina della difesa. Un approccio necessario, ma che oggi non è più sufficiente”, dice la fondatrice di DEAS, Stefania Ranzato. La sua azienda, specializzata in cybersicurezza avanzata e protezione delle infrastrutture critiche, basa l’attività proprio sulla simulazione degli attacchi in modo da individuare tempestivamente le criticità prima che queste possano trasformarsi in problemi reali. “La difesa più efficace – osserva la manager – non nasce dalla protezione delle infrastrutture, ma dalla capacità di comprendere come ragiona chi intende comprometterle”. Il vero vantaggio competitivo, dunque, “appartiene a chi capisce prima”. Un approccio che dovrebbe estendersi anche ai cittadini, imparando a riconoscere i rischi della rete e a saperli gestire, quindi adottando le buone prassi della cybersecurity, compreso l’utilizzo di password intelligenti, l’aggiornamento dei dispositivi e il riconoscimento di truffe via sms o mail. I target preferiti dagli hacker restano comunque le organizzazioni che custodiscono grandi quantità di dati o che gestiscono servizi essenziali, quindi le realtà che operano nella sanità, nei trasporti, nella pubblica amministrazione, le banche e le piattaforme digitali. Ne è un esempio il recente attacco a Trenitalia o le sempre più numerose intrusioni nei sistemi delle strutture sanitarie.
Oggi ad attaccare non sono più solo i tradizionali criminali informatici ma anche gli attori che operano secondo le logiche della competizione geopolitica. Per questo motivo, le agenzie di sicurezza occidentali sono passate dalla gestione dell’incidente all’analisi predittiva, spostando il focus sullo studio delle capacità avversarie attraverso discipline avanzate come l’Adversary Emulation, il Red Teaming e la mappatura delle TTP (Tactics, Techniques and Procedures) dei gruppi State-sponsored. La filosofia di DEAS è che la sicurezza non può poggiare soltanto sugli strumenti di protezione, ma deve partire dalla comprensione operativa e predittiva della minaccia. Ecco perché serve investire, oltre che nelle tecnologie, anche nelle persone. “Le capacità offensive, intese come capacità di comprendere l’offesa per neutralizzarla, non si trovano sugli scaffali – spiega Stefania Ranzato –. Si sviluppano attraverso ricerca, sperimentazione continua e confronto con problemi reali”. La ricerca e formazione di talenti italiani, dunque, rappresenta una priorità strategica: dal momento in cui il fattore decisivo è il capitale umano, la dipendenza da tecnologica da assetti o competenze esterne rappresenta una vulnerabilità. “Formare, trattenere e valorizzare professionalità capaci di operare a questo livello significa, in ultima istanza, presidiare una porzione di autonomia nazionale”.
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