In una recente intervista nel famoso podcast “High Performance”, Alessandro Benetton ripercorre i retroscena più iconici e quelli inediti dell’ascesa della scuderia Benetton in Formula 1 negli anni ’90. Dalla scommessa su un giovanissimo Michael Schumacher fino al dramma di Imola del ’94 e alle sfide manageriali che hanno fatto scuola nel motorsport moderno: l’imprenditore svela la visione strategica dietro uno dei successi sportivi più straordinari di sempre.
L’avventura della Benetton in Formula 1, iniziata sul finire degli anni ‘80 come mossa di visibilità globale a basso costo per un marchio di maglieria di Treviso, si è trasformata in un impero sportivo e in un caso di studio globale. Messo a soli 24 anni alla presidenza del team, Alessandro Benetton si è trovato a dover fare da ago della bilancia tra l’anima tradizionale dell’azienda di famiglia e lo stile aggressivo e anticonformista di Flavio Briatore. È in questo contesto di rottura degli schemi tradizionali che si inserisce la scoperta di Michael Schumacher nel 1991. Esordiente assoluto, viene catapultato nel paddock di Spa-Francorchamps per il Gran Premio del Belgio, uno dei circuiti più storici e tecnicamente spietati della Formula 1, e riesce a qualificarsi al settimo posto. Fin da subito l’imprenditore coglie in quel ragazzo una tempra fuori dal comune, del tutto immune alle pressioni o alle distrazioni legate al successo. “Era chiarissimo per me fin dal primo giorno che non si lasciava intimidire – ricorda Alessandro Benetton – Non si faceva intimidire dal circuito, né dal fatto di essere giovanissimo, né dall’assenza di esperienza o dalla presenza di altri campioni”. L’estrema dedizione del pilota incontra la fame di successo e il rifiuto radicale degli schemi precostituiti della scuderia messa in piedi da Benetton, che arriva a sfidare i colossi del motorsport giocando con regole tutte sue. “A volte – afferma l’imprenditore – se vuoi trovare il tuo spazio, devi in qualche modo riscrivere le regole, perché se ti limiti a seguire le regole devi seguire la scia, e se segui la scia c’è qualcuno che è arrivato prima di te”.
La strada che ha portato la Benetton a conquistare i titoli mondiali del 1994 e del 1995 non è stata priva di ostacoli, anche drammatici, e pressioni dall’esterno. Uno dei momenti più bui è stato senz’altro il tragico fine settimana di Imola del ’94, in cui si susseguirono diversi incidenti, dei quali due mortali che portarono alla scomparsa dell’austriaco Roland Ratzenberger e del tre volte campione del mondo Ayrton Senna. Un trauma che toccò nel profondo il giovane Alessandro Benetton. La questione delle polemiche sui controlli elettronici, i sospetti di irregolarità e la complessa gestione di sponsor legati all’industria del tabacco fu un’altra parentesi che mise a dura prova la reputazione del marchio di famiglia. Invece di cedere alle critiche del paddock tradizionale che guardava con sufficienza ai “produttori di maglioni”, Alessandro Benetton scelse la linea della compattezza, difendendo la squadra e il lavoro dei suoi tecnici. Le vittorie del titolo piloti e del titolo costruttori del ’95 furono un “trampolino di lancio fondamentale per codificare quell’esperienza in Formula 1, che si sarebbe rivelata estremamente rilevante per il business più ampio della famiglia”. I grandi risultati conquistati nel paddock contribuirono di fatto ad accrescere la credibilità del brand, in seguito considerato capace di avere successo anche in settori diversi da quello in cui operava. “Un vantaggio collaterale” che l’imprenditore non aveva preso in considerazione inizialmente, “ma che è stato un elemento chiave nello sviluppo dell’azienda”.
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