Auro Palomba: Marcegaglia spiega le sue strategie

Steno Marcegaglia non si smentisce. La fama di uomo senza peli sulla lingua, ed è una nomea che lui dimostra di apprezzare. Cosi, anche in questi momenti in cui molti fra i suoi colleghi imprenditori preferiscono rimanere defilati, accetta di parlare di tutti i temi scottanti di attualità, dallo scandalo delle tangenti alte difficoltà economiche che sta attraversando il nostro paese. Dalla conversazione esce il ritratto perfetto di un industriale che si è costruito da solo e ora guida un impero che fattura più di 1.500 miliardi, ottenuto grazie a coraggio e intuizione, oltre che a una voglia irrefrenabile di lavorare.

Dall'acciaio alla finanza, con un grande amore per le banche, che da Gazoldo degli Ippoliti in provincia di Mantova, da dove è partito, lo ha portato a sedere in diversi consigli amministrazione importanti, fra cui quello della Banca Nazionale dell'Agricolture del suo amico Auletta Armenise. Anzi proprio grazie all'aiuto economico dato al Conte (anche se poi ne è uscito con un guadagno) nella lunga lotta per la difesa della banca romana. L'imprenditore veronese trapiantato a Mantova deve parte della sua fama. Marcegaglia è inoltre il quinto azionista della Ferruzzi Finanziaria, holding del gruppo ravennate.

Signor Marcegaglia. Dal suo punto di osservazione come giudica lo scandalo delle tangenti. E, nella sua attività imprenditoriale, le è mai capitato di avere richieste di questo tipo?

«Per fortuna non ho mai avuto contatti con enti pubblici. I miei clienti sono i privati, che tirano sempre fino all'ultimo centesimo. È comunque una cosa molto seria. Ci voleva una moralizzazione, perché non era lecito che le imprese ammanicate vincessero tutti gli appalti, e agli altri non rimanesse niente. Oppure che i costi balzassero improvvisamente da 200 a 2 mila miliardi. Io ho fatto per dieci anni il sindaco di Gazoldo, e nei miei appalti non esisteva la revisione dei prezzi e l'accesso alla gara era aperto a chiunque volesse. Questo sistema dovrebbe valere anche per il resto d'Italia. Purtroppo anche la moralizzazione ha i suoi problemi: la verità è rivoluzione, e la rivoluzione fa morte».

Oltre allo scandalo milanese in questo momento gli imprenditori si trovano sotto il fuoco incrociato di tassi d'interesse in crescita e crisi economica. Cosa pensa delle decisioni del nostro governo e della Banca d'Italia?

«La lira è veramente nell'occhio del ciclone, ma a mio parere la politica della Banca d'Italia è veramente illuminata. Non ci possiamo permettere una svalutazione. Il problema è che la Bundesbank mostra di non avere interesse della sorte degli altri paesi europei, e quindi le nostre autorità monetarie non potevano far altro che aumentare a loro volta i tassi. Questo va bene ovviamente se dura un mese o due, se no addio. L'alternativa era però peggiore. Svalutare voleva dire innescare una spirale inflattiva, aumentare il costo del lavoro. Così invece possiamo farcela. Dobbiamo abituarci a pagare un po' più di tasse. Poi, quando avremo raggiunto gli obiettivi desiderati, e avremo un' inflazione al 2-3%, allora potremo svalutare, dando grandi benefici alle esportazioni delle nostre imprese».

Il suo gruppo è però andato bene anche l'anno scorso, nonostante la crisi particolare del settore siderurgico. Come avete fatto?

«Le componenti per avere successo nel mio mestiere non sono molte: ci vuole coraggio, capacità e una base economica, oltre la passione per il lavoro. Io sono partito da zero, e ho guadagnato perché sono sempre stato disposto a rischiare. Ho comprato in Borsa quando scendeva, ho investito in titoli di Stato quando i tassi dovevano diminuire e in valute in cui nessuno scommetteva. E ora il mio gruppo nel '91 ha fatturato oltre 1.500 miliardi. E la capogruppo, Marcegaglia spa ne fattura 750, con un cash flow di 90 miliardi. L'utile è stato di 7,5 miliardi e una quota analoga è andata in tasse».

Qual è il segreto?

«Nel mio caso, oltre alle qualità sopra indicate per ogni imprenditore, sono due: dedizione totale al lavoro, mia e della mia famiglia (la moglie, il figlio e la figlia lavorano in azienda ndr), e ii possesso totale dell'azienda che mi permette di non distribuire utili, e di conseguenza di pagare meno tasse, io reinvesto tutto in azienda. Se fossi quotato in Borsa, invece, per rispetto degli azionisti, dovrei pagare più dividendi, quindi più imposte.»

Lei ha quindi con la Borsa un rapporto controverso. La utilizza facendo del trading, ma non intende quotare le sue aziende?

«Le ho già detto che non avrebbe senso per me quotare le mie società. Il mercato azionario invece Io utilizzo. Anche in questo momento ci sono titoli da scegliere, sottocapitalizzati. però ci vuole coraggio, bisogna studiarsi bene i bilanci e scegliere le società che non hanno debiti».

Il suo gruppo continua a crescere. Dove vuole arrivare?

«Durante i 51 giorni del mio rapimento, nel 1982, ho fatto un patto con il diavolo, e scherzando dico che mi ha tolto 30 anni, ii mio punto d'arrivo è dunque il ciclo, come per tutti. Sulla terra intanto non mi fermo mai. Alla base di tutto c'è l'ambizione. Voglio guadagnare più dei miei concorrenti. Per cui continuo ad ampliare i miei stabilimenti, chiedo maggiore produttività, più servizi, per competere con i paesi dell'Est che hanno le materie prime a prezzi stracciati e un costo del lavoro molto più basso. Noi siamo concorrenziali grazie all'efficienza. Siamo un gruppo ormai alla seconda generazione, ma continuiamo a comportarci come se fossimo la prima. Io vivo in azienda, e così anche Antonio e Emma, i miei figli, che ormai hanno responsabilità di rilievo nella società. Anche mia moglie trascorre buona parte della giornata con noi. Lei, fra l'altro, è azionista in tutte le società del gruppo al 46%, mentre il restante 54% è mio. Ora ovviamente stiamo studiando come fare entrare anche i nostri figli con delle quote. Dove arriverò non Io so: il mio grande amore rimane l'acciaio, ma ho interesse anche per le banche, sono azionista del banco di Napoli, della Banca Agricola Mantovana e della Popolare di Verona, e poi c'è la Gaiana, la Ferin, di cui mi onoro di essere azionista. Peccato che i Falck non mi abbiano voluto. Da quell'operazione, però, ho guadagnato tanto».

FONTE: Il Messaggero
AUTORE: Auro Palomba

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