Giuseppe Recchi: stranieri in fuga? No, puntano sul Belpaese

Il manager che guida il Comitato investitori esteri di Confindustria: “Nello scorso anno c’è stato un aumento dell’80% rispetto al precedente. Le priorità restano regole affidabili e la continuità dell’azione politica nella strategia di sviluppo”.

L’Italia resta un mercato interessante per gli investimenti esteri che nel 2009 sono cresciuti rispetto all’anno precedente. Lo conferma al Giornale Giuseppe Recchi, presidente e AD di General Electric Sud Europa e a capo del Comitato investitori esteri di Confindustria.

Presidente Recchi, ieri un editoriale del «Corriere del la Sera» ha denunciato che «nessuno dall’estero viene a fare nuovi investimenti in Italia», dal vostri dati invece emerge il contrario.

«C’è un trend positivo. Lo stock di investimenti diretti esteri in entrata l’anno scorso si è attestato a 394 miliardi di dollari, in aumento dell’80% circa rispetto al 2008 e soprattutto l’andamento dal 2005 a oggi evidenzia una crescita percentuale».

Insomma, la realtà non è così drammatica.

«Multinazionali come General Electric e IBM  sono in Italia dagli anni Venti. ln Italia c’erano e ci sono opportunità, si crea tecnologia e c’è personale qualificato. Infatti queste imprese sono rimaste e oggi fanno parte delle 7300 multinazionali estere nel nostro Paese: un milione di posti di lavoro e 500 miliardi di fatturato aggregato che producono valore aggiunto pari al 7% circa dei Pil».

L’Italia è ancora indietro rispetto agli oltre mille miliardi di dollari dl investimenti esteri di Francia e Gran Bretagna.

« E’ un fenomeno causato dalla disattenzione degli anni passati, ai tempi delle svalutazioni competitive il nostro era un sistema chiuso e protezionistico che scoraggiava gli investitori».

 

Sesi raggiungessero quel livelli, quanto ne beneficerebbe l’economia?

«In linea teorica si potrebbero creare circa 250 miliardi di valore aggiunto con uno 0,6% di aumento dei Pil, un dato gigantesco consideratoche l’Italia cresce dell’ 1% all’anno».

Il «Corriere» ha sottolineato che «gruppi stranieri mettono mano su quanto di meglio resta dei nostro apparato economico». La diffidenza verso le operazioni  dl fusioni e acquisizioninon è un cliché?

«Non importa chi è l’azionista di un’impresa, l’importanteè che stia sul mercato. Il Nuovo Pignone, che fa parte del gruppo General Electric, è di un’impresa americana che fapiù fatturato all’estero che negli Usa e che ha più dipendenti non statunitensi che statunitensi. Ciò che dovrebbe interessare è che il Nuovo Pignone è un’azienda leader dei settore Oil& Gas e che da Firenze ha comprato una società americana».

Quando si parla di impreseestere si cade nei luoghi comuni.

«Il Paese deve capire come finanziare la crescita: o aumenta le tasse o vende i suoi asset oppure attira capitali esteri e crea una circolo virtuoso. Le pmi italiane fornitrici del Nuovo Pignone si internazionalizzano attraverso le commesse del gruppo General Electric e, soprattutto, acquisiscono una mentalità internazionale».

Quali sono le vere priorità per attirare investimenti?

«Un quadro regolatorio stabile e affidabile, se devo investire nel nucleare, devo esser certo che le regole non saranno cambiate magari retroattivamente. In questo senso, la continuità dell’azione politica nella strategia di sviluppo è molto importante. La seconda priorità è la certezza dei tempi: una decisione è più facile se si può garantire che un determinato problema sarà risolto in un determinato tempo. Serve più questo che non gli incentivi».

E la litania della carenza infrastrutturale, della pressione fiscale e della criminalità organizzata come fattori deterrenti?

«La multinazionale non ha paura del Sud Italia perché non è aggredibile dal contesto sociale. La Fiat a Pomigliano non ha un problema di territorio, ma di cultura. infatti l’accordo col sindacato riguarda questo punto».

La vostra esperienza è statadiversa.

«Il mercato italiano, anche al Sud, offre qualità, competenze e tecnologie. Abbiamo assunto ingegneri a Catania per un progetto nel segnalamento ferroviario che faremo a Firenze. in Sicilia era talmente imprevedibile il decorso della procedura che sono riuscito a spostarla in Toscana. Come Comitato di Confindustria dovremo lavorarci perché altre aziende potrebbero scegliere di lasciare l’Italia in casi analoghi.

Come giudica le intese su Pomigliano e Mirafiori?

«E un esempio positivo. Si è riusciti a instaurare un tavolo negoziale senza fare battaglia. La politica è stata spettatrice e questo è molto positivo. Spero che il modello si estenda alle Conferenze dei servizi in modo che tutte le decisioni si possano prendere in un unico negoziato».

FONTE: Il Giornale

AUTORE: Gian Maria De Francesco

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